La fuga dalle campagne di fine 1800 e il viaggio verso New York

mavugliola masseria

A partire dal 1870 in  tutta Europa, Italia compresa, ci fu un notevole sviluppo tecnologico che diede grande impulso all’attività manifatturiera. La popolazione cominciò a migrare dalla campagna verso le città dove trovava migliori condizioni lavorative e benessere. Il progresso in corso però rimase confinato alle aree più sviluppate e di contro ebbe un effetto negativo nelle zone più arretrate come il meridione d’Italia. Qui, similmente, si registrò la fuga dalla campagna: i contadini abbandonarono la terra piegati dalle dure condizioni di un lavoro scarsamente remunerato che si svolgeva sotto i dettami del caporalato e secondo un sistema di tipo feudale in cui solo i proprietari terrieri beneficiavano ampiamente dei proventi del raccolto.  

Contribuì a peggiorare la situazione la  tassa sul macinato del 1868 che rimase in vigore se pur ridimensionata fino al 1884. La legge obbligava ogni mulino ad applicare un contatore meccanico per contare i giri effettuati dalla ruota macinatrice; la tassa veniva calcolata in maniera proporzionale al numero dei giri. La conseguenza immediata fù il forte incremento del prezzo del pane che causò un malcontento generalizzato tra i contadini e le classi meno abbienti, le quali diedero vita a vere e proprie rivolte in diverse zone d’Italia. Chiusero anche tanti piccoli mulini che non furono in grado di ammodernarsi e di dotarsi del sistema di misura obbligatorio.

A questo scenario già difficile per la classe contadina si aggiunse un’ulteriore crisi nel 1880 causata dal crollo dei prezzi delle materie prime e dei prodotti agricoli che contribuì a rosicare ulteriormente gli scarsi profitti. Per il Mezzogiorno d’Italia, per la Puglia e i paesi della Valle d’Itria ad economia prevalentemente agricola, furono anni di grande difficoltà. Nel meridione il sitema economico non riusciva a garantire le condizioni di sopravvivenza alla popolazione che era totalmente dipendente dal lavoro nei campi e dalla sua stagionalità e che a stento riusciva a superare le stagioni fredde in cui era quasi nulla la possibilità di trovare impiego in campagna. Alternative non ve n’erano:  i nostri poveri antenati furono costretti ad emigrare e New York rappresentò per la maggior parte di loro la possibilità di costruire un futuro per se stessi e per le loro famiglie.

Furono oltre 5.000.000 gli Italiani che emigrarono negli Stati Uniti, tra la fine del XIX secolo e l’inizio degli anni ’20.

Il sogno americano

Le condizioni di vita quotidiana dovevano essere talmente esasperanti da spingere una fiumana di uomini a migrare oltreoceano col sogno di poter comprare un pezzo di terra da coltivare in proprio quando sarebbe stato possibile ritornare in patria, o magari di poter avviare una diversa attività stanchi dell’estenuante lavoro nei campi.

Provate a immaginarli i padri, le madri e i nonni, dei nostri genitori: la maggior parte di loro non aveva mai visto il mare e probabilmente non riusciva neanche ad immaginarlo. Avrebbero affrontato un viaggio  in oceano aperto, ammassati nelle stive di navi fumose assieme ad un migliaio di altri disperati e con scarso cibo a disposizione. Dovettero lasciarsi alle spalle le loro casedde di campagna, i trulli, le abitazioni arroccate sulle colline di Martina Franca, Locorotondo, Cisternino, Ceglie, Ostuni, Alberobello per citare i soli paesi della Valle d’Itria senza sapere se e quando sarebbero ritornati.

Si imbarcavano verosimilmente verso la fine dell’estate il momento più opportuno per affrontare il viaggio: si trattava di famiglie intere, di giovani adolescenti e padri costretti a lasciare la propria casa e i propri cari, determinati a costruire altrove un futuro migliore.

Chi decideva di partire doveva ottenere  il nulla osta dal sindaco e risultare idoneo alla visita medica  che era obbligatoria per accertare il buono stato di salute.  Il biglietto veniva acquistato dai “mediatori”, dei veri e propri  sub-agenti incaricati dalla Compagnia di Navigazione che avevano facoltà di vendere i titoli di viaggio. Erano proprio loro ad alimentare in sogno Americano, dipingendo una vita completamente differente da quella a cui erano abituati i nostri avi, fatta di povertà e di stenti; promettevano l’eldorado e l’agiatezza di una  quotidianità vissuta in città moderne e confortevoli, che consentivano infinite possibilità di lavoro e guadagni esagerati.

Ovviamente le Compagnie di navigazione avevano un enorme interesse nel diffondere il mito dell’America: i milioni di emigranti costituivano un immenso business  dagli ampi profitti  che come conseguenza diede un vigoroso impulso all’industria navale italiana : basti pensare che il Registro Italiano Navale nel 1865 contava un totale di  1.274 bastimenti  di cui  solo 3 erano a vapore e gli altri a vela, mente nel 1904 il numero totale di bastimenti era più che raddoppiato (2.512), e di questi oltre la metà erano a vapore (1.416).

Agli inizi del 1900 il  biglietto in terza classe della tratta Napoli New-York costava tra le 150 e le 200  lire, una cifra corrispondente a quei tempi a circa 100 giornate lavorative di un bracciante agricolo .

Fu la compagnia palermitana Florio ad inaugurare nel  nel 1877 il primo servizio di trasporto regolare tra l’Italia e New York utilizzando quattro navi a vapore. Due di queste, fatte costruire in Scozia, potevano viaggiare ad una velocità di 12,5 nodi.

L’imbarco da Napoli

Il porto d’imbarco per gli emigranti pugliesi era Napoli, ufficialmente designato dal Governo del Regno d’Italia come porto idoneo per l’imbarco dei transatlantici; gli altri due porti italiani destinati allo stesso scopo erano quelli di Genova e Palermo.

Giunti a Napoli  gli emigranti venivano accompagnati dagli stessi agenti di navigazione nelle locande autorizzate che avevano anche disponibilità di posti letto per trascorrere il tempo occorrente fino al momento dell’imbarco; fu la legge  sull’emigrazione del 31 gennaio 1901 a stabilire che la compagnia di navigazione dovesse provvedere al vitto e all’alloggio degli emigrati fino  all’imbarco. A Napoli gli emigranti dovevano ben guardarsi da faccendieri di ogni sorta che architettavano svariati artifici per estorcergli denaro approfittando dell’ignoranza di molti di loro e della loro ingenuità.

Portando a bordo quello che poteva contenere qualche fagotto e una valigia di cartone, quelli che possedevano il biglietto di terza classe, che erano la maggior parte, vennero alloggiati nelle stive della nave in condizioni pietose. La traversata dal porto di Napoli a New York durava  dalle due alle quattro settimane, in base alle condizioni del mare e al carico. Non fù certamente  una crociera soprattutto per chi si imbarcò sulle prime navi che per lo più erano imbarcazioni ad impiego misto di merce e uomini.

Alcune compagnie addirittura costringevano i passeggeri a trascorrere le ore del giorno in coperta esposti alle intemperie. La notti trascorse nelle stive, in spazi angusti che fungevano da letto non trascorrevano meglio delle ore diurne. Le condizioni igieniche precarie,  la fame e il disagio furono una prova di coraggio che solo la forza della determinazione potè riuscire a superare: coraggio e determinazione che sarebbero stati ripagati allo sbarco sul territorio Americano.

L’arrivo ad Ellis Island

Ellis  Island, l’isola parzialmente artificiale costruita all’ingresso di Manhattan, era il principale punto d’ingresso per gli immigrati che sbarcavano negli Stati Uniti d’America. Dal 1892 al 1954, anno della sua chiusura, l’isola dovette gestire in media circa 2.500 passeggeri al giorno e un picco massimo di oltre un milione di arrivi nell’anno record, il 1907.

E’ inimmaginabile l’emozione che avranno provato i nostri avi al momento dell’attracco in porto, sovrastati dalla Statua della Libertà, imponente con i suoi 100 metri di altezza, che sarà apparsa ai loro occhi come un miraggio e simbolo di una benevola accoglienza nel territorio americano.

Ma prima di poter varcare il cancello che avrebbe consentito di imbarcarsi sul traghetto per Manhattan c’era un’ultima prova da superare, ovvero la visita medica del Servizio di Immigrazione. Passata quella rimanevano da espletare le formalità di ingresso nella Sala dei Registri, dove gli  ispettori registravano i dati dell’immigrato: nome e cognome, città di provenienza, luogo di destinazione negli Stati Uniti, disponibilità di denaro ed eventuali coscenti già presenti nel paese, date di partenza e di arrivo e nome della nave.

I dati degli immigrati sono consultabili online al sito ufficiale di Ellis Island: la ricerca può essere effettuata per nome e cognome o anche per città natale: basta fare un tentativo inserendo il nome di uno dei comuni della Valle d’Itria per rendersi conto delle migliaia di individui partiti dalla nostra terra alla ricerca di fortuna negli Stati Uniti d’America.

La vita a New York

Chissà quale sarà stato l’impatto con Manhattan appena messo piede in quel mondo così differente dai paeselli del meridione d’Italia.  Agli inizi del 1900 la città di New York era già caotica e pulsante di attività con un intenso traffico di mezzi a motore e a cavallo: una realtà molto differente dalla quiete delle nostre campagne e dei nostri centri urbani, oasi di pace ma al contempo depressi e poco sviluppati.

Nelle strade di New York passeggiavano ricchi uomini d’affari ben vestiti accompagnati da donne eleganti lungo le avenues sovrastate da edifici altissimi, mentre in patria le case dei centri abitati non erano neanche dotate di fognature e l’approvvigionamento dell’acqua costituiva un grave problema che sarebbe stato risolto con l’avvento dell’ Acquedotto Pugliese solo 40 anni più tardi.

Alcuni filmati di New York di fine 1800

Il fermento commerciale di  New York abbracciava qualsiasi attività industriale e i docks sull’East River ospitavano un susseguirsi di magazzini stracolmi di merci pronte ad essere imbarcate: una immensa opportunità di lavoro per chiunque avesse messo piede a Manhattan agli inizi del 1900. Sull’Altopiano murgese invece l’unica attività possibile era rappresentata dall’agricoltura basata però su condizioni  di lavoro inaccettabili e gravemente compromessa dalle condizioni economiche di contorno.

Gli emigranti italiani che decisero di fermarsi a New York si insediarono principalmente nei quartieri di Little Italy, nel Bronks, a Brooklyn e Staten Island. I pugliesi colonizzarono Mott street di Little Italy in cui impiatarono le loro abitudini e le loro tradizioni culinarie e religiose.

Inizialmente non ebbero certo vita facile: venivano considerati e trattati come pura “forza lavoro” e tanti di loro dovettero accettare i lavori più umili e più pesanti, insomma il tetto dove dormire e il pasto quotidiano dovettero sudarselo.

Quelli che decisero di far ritorno

In quel mondo variopinto di uomini di nazionalità e razze differenti, i nostri antenati si fecero apprezzare per la loro tenacia e per la capacità di saper apprendere e svolgere i più svariati mestieri con scrupolo e maestria: tanti di loro rimasero negli Stati Uniti e elessero quella terra come loro nuova patria, altrettanti però decisero di ritornare.

Con gli inizi del nuovo secolo cominciarono a registrarsi flussi costanti anche nella direzione opposta di cui non si hanno numeri certi. Si stima però che circa una metà di quei 5 milioni di italiani che emigrarono negli Stati Uniti fecero ritorno in patria.

Infatti dall’inizio del XX secolo le condizioni in Italia cominciarono a migliorare, vuoi per il consolidarsi dell’industrializzazione che cominciava ad offrire opportunità di lavoro più stabili ed una valida alternativa all’impiego nei campi, vuoi per l’insediamento di una nuova classe politica liberale e più attenta alle esigenze della popolazione che promosse alcune riforme importanti proprio a tutela della classe operaia.

Uno fra i tanti che decise di fare ritorno fu proprio il nonno dell’autore di questo articolo, nonchè un certo Vincenzo Fasano, che in giovane età si imbarcò alla volta di New York. Trovò impiego in una fabbrica di strumenti musicali dove apprese l’arte della liuteria. Rimase negli Stati Uniti per pochi anni; il tempo necessario per decidere che l’America non faceva per lui e come tanti preferì ritornare nella sua terra natia portandosi in patria l’esperienza acquisita oltreoceano. Vincenzo, rientrato a Martina Franca, con l’aiuto dei suoi fratelli falegnami prese a costruire chitarre e mandolini trasmettendo ai suoi figli la passione per la musica e gli strumenti musicali. Ai suoi amici e parenti confidò che decise di ritornare anche perchè trovava le donne americane troppo emancipate per il suo modo di vedere: “escono di casa senza dire dove vanno”, riferiva contrariato.

E’ questo un breve aneddoto, una delle tante storie di italiani disposti ad evventurarsi nel mondo in cerca di condizioni di vita migliori. Tutti da elogiare, per il coraggio che dimostrarono nell’affrontare l’ignoto e per la capacità di costruirsi un diverso futuro da quello a cui sarebbero andati incontro se non fossero partiti!