mavugliola masseria

Il racconto di Atrio Inverso, nostro affezionato lettore e storyteller, è ambientato nell’immediato dopoguerra.

In casa nostra il ferro da stiro si utilizzava molto. Mia nonna lavorava come sarta e si era specializzata nel cucire i cappotti. Si prestava a riparare qualsiasi indumento, anche le divise dei soldati americani,  e faceva  lavori di rammendo  anche per le famiglie del vicinato.

Pertanto il  ferro da stiro veniva usato più volte durante la settimana e la preparazione e l’accensione del ferro a carbonella era un rituale che si ripeteva spesso: si prendeva un batuffolo di ovatta, lo si impregnava di alcool e la si adagiava nel ferro e poi sopra si metteva la carbonella,  quella più fine che era adatta al ferro da stiro, ottenuta dai  ramoscelli di alberi o delle viti, che si trovavano in abbondanza.  

Dopo aver preparato il ferro da stiro veniva richiuso e si usciva fuori di casa per dare fuoco al batuffolo di cotone attraverso i fori d’areazione. Appena partiva la fiamma bisognava dondolare il ferro fino a far infuocare  la carbonella.

Questo lavoro toccava a me:  all’inizio la considerai  un’attività divertente  e in un certo senso anche motivo di orgoglio per la fiducia riposta in me che ero il più piccolo della famiglia. Col passare dei giorni però divenne un obbligo che svolgevo sempre meno volentieri, fino al giorno in cui mi accorsi che i ragazzini del quartiere cominciarono a deridermi e identificarmi con il soprannome di Appiccia firr (accendi ferro).  

Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Da qual giorno mi rifiutai di svolgere quel compito  sempre più noioso e da allora venne svolto a turno dagli altri componenti della famiglia.